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IL MIO CUORE TRA I MONTI CIVETTA E PELMO: MICHELA TORRE CI RACCONTA IL SUO RISTORO BELVEDERE

Il mondo dei social, molto spesso, è anche uno strumento bellissimo per conoscere persone meravigliose e luoghi, letteralmente, da favola.

E’ proprio in questo modo che un anno fa scoprii, per la prima volta, un luogo di una bellezza sconvolgente, posto a 2000 metri di quota e gestito da una persona che, pur vedendola solo attraverso i social, trasmetteva un’energia ultra positiva: Michela Torre, che gestisce sulla cima Fertazza il bellissimo Ristoro Belvedere.

  • Buongiorno Michela, intanto ti ringrazio moltissimo per avermi concesso l’onore di intervistarti. Allora, io inizierei subito con il dire che, in questo caso, tu sei quella che si definisce “figlia d’arte”: gestisci un ristorante incastonato in un luogo da favola, un vero e proprio angolo di paradiso, nato da un’idea dei tuoi genitori, vuoi raccontarci questa affascinante storia?

Buongiorno a te Enrico. Mi piace molto la definizione che hai usato: figlia d’arte. E devo dire che, sì, i miei genitori hanno costruito, con tanti sacrifici, una vera opera d’arte. Allora lì dove adesso sorge il Ristoro Belvedere, sulla Cima Fertazza, prima (usiamo come riferimento il 1982) non c’era nulla, se non una vecchia baita appoggiata su una platea di cemento.

Mia madre, che aveva sempre abitato in una frazione del paese di Alleghe, guardava con grande ammirazione la Cima Fertazza, ma non c’era mai stata di persona. Così, un pomeriggio, dopo poco tempo che si erano sposati, mio padre decise di portarla fin lassù per farle vedere lo spettacolo senza eguali che si poteva ammirare. Il risultato fu che rimase letteralmente sbalordita, perché sapeva di trovare panorami bellissimi, ma non così dotati di infinita bellezza.

Quando poi vide quella piccola baita abbandonata a se stessa, chiese a mio padre: “e se provassimo noi ad avviare un’attività qui, in questo angolo di Paradiso?”

E così, nel dicembre 1985, dopo aver ottenuto i vari permessi comunali, partirono con questa attività: una baita con dentro quattro tavoli, un cucinino e un piccolo bancone da bar.

All’esterno, mio padre, posizionò un piccolo grill e costruì un bancone di ghiaccio su cui venivano posati tre o quattro vasi contenenti delle grappe. Il servizio offriva panini per rifocillarsi e grappa per scaldarsi. Data la grande quantità di neve caduta in quella stagione, mio padre decise anche di costruire un igloo.

Ovviamente, all’inizio non fu tutto così bello e magico come viene da immaginare.

  1. Erano i primi anni in cui avevano installato gli impianti di risalita, per cui il flusso di persone era molto basso.
  2. Non c’erano mezzi di trasporto, come oggi, per cui gli unici modi per fare su e giù erano: prendere gli impianti, oppure zaino in spalla e spostarsi con sci e ciaspole.

Esperienze che, sentendole raccontare, fanno rabbrividire se pensiamo a tutti i confort che abbiamo oggi.

Nonostante tutto, però, loro sono andati avanti con la caparbietà che li contraddistingue. Quindi decisero di aprire la baita anche nella stagione estiva. Qui apro un parentesi: in quegli anni la montagna in estate era quasi deserta. Erano veramente pochi gli escursionisti che passavano di lì. Si può dire che in una settimana, trascorrevano giorni in cui non passava nessuno. Però anche qui, non si sono mai arresi e facendo un passaparola in inverno, iniziò a muoversi un piccolo flusso anche in estate.

Insomma, con tanto spirito di iniziativa, tanta buona volontà e tanti sacrifici, siamo andati avanti fino a che abbiamo avuto bisogno di un collaboratore, poi un altro ancora, poi due e così via, fino a che non siamo arrivati al 2002. In quell’anno siamo finalmente riusciti a rinnovare il Ristoro Belvedere e a farlo rinascere, rendendolo così come lo conosciamo oggi.

  • Insomma, possiamo dire che sei nata e cresciuta in quella piccola baita che oggi è diventata una bellissima e magica realtà da raggiungere, in estate e inverno, nonché punto di riferimento per sciatori ed escursionisti che vogliono ammirare nobili montagne, come Civetta e Pelmo, in tutta la loro maestosa bellezza. Se il Ristoro Belvedere è cresciuto in questi anni, la montagna e il turismo sono sicuramente cambiati e tu, più di chiunque altro, avrai notato questi cambiamenti: come si sono susseguiti e come secondo te continueranno a procedere?

Ma guarda, secondo me il cambiamento nel turismo va di pari passo con quello che è il cambiamento climatico, che tra l’altro è già fortemente in atto. Noi in questi quarant’anni ne abbiamo visti di ogni: anni in cui ci sono state nevicate copiose, anni di siccità, anni di caldo anomalo e/o di freddo intenso, ecc…

Quel che posso dirti io è che, non per essere pessimisti, bensì realisti, avremo sempre più scarsità di neve e allora dovremo reinventarci, o quanto meno sviluppare, altri sport invernali di montagna che, obiettivamente, non ricadono tutti e solo nello sci.

Per farti un esempio: dopo il Covid molti sciatori da pista si sono trasformati in scialpinisti, perché questa disciplina ti dà molta più consapevolezza sui ritmi e i tempi della natura. Per non parlare, poi, della bellezza di poter stare in mezzo alla natura. Così come i ciaspolatori, anche loro sono aumentati tantissimo.

Quindi, caro Enrico, non ci resta che vivere giorno per giorno, stagione per stagione e scoprire quel che la natura deciderà di fare, senza aver paura di adattarsi.

  • La montagna è bellissima, il tuo Ristoro Belvedere è bellissimo e pertanto richiama sempre più escursionisti curiosi. Purtroppo, lo apprendiamo quotidianamente dai social, in molti prendono sempre con leggerezza e superficialità l’escursione verso una croce di vetta. Ti sono mai capitati turisti “impreparati” al tipo di escursione? Ti sei sentita di dare loro dei suggerimenti e/o consigli?

Su questo punto c’è da dire che negli ultimi anni, forse grazie ai social o al passaparola, il turismo di montagna è aumentato tantissimo. La gente si riversa a fiumi in montagna. E per fortuna, dico io da gestore di un ristoro in quota.

Poi, però, c’è il rovescio della medaglia, anzi, sorgono dei problemi importanti che possono generare conseguenze pericolose: gran parte di queste persone proviene dalla pianura e parte alla volta di un sentiero senza la minima conoscenza di montagna e senza rendersi conto di cosa voglia dire salire in quota.

Molte volte mi sono trovata di fronte a persone che non erano assolutamente equipaggiate per un’escursione in quota. A quel punto, più che dar loro dei consigli, la cosa importante da fare è stata educare queste persone alla montagna.

Per farti un esempio: nel corso di una giornata invernale il meteo può cambiare improvvisamente. Magari esce fuori un sole bellissimo, per cui la neve diventa molle e allora sono necessarie le ciaspole per raggiungerci, ma se invece la temperatura cala drasticamente e la neve ghiaccia, allora sono necessari i ramponi. Tutti questi accorgimenti, molte persone, non li conoscono. Spesso bisogna rassicurare la gente, ma ancor di più frenare la foga di alcuni che tendono a sottovalutare i cambiamenti repentini del meteo , e che non riconoscono i propri limiti. E’ la missione più importante, ma anche più difficile che abbiamo noi in questo momento.

  • Ho potuto ammirare, attraverso i social, un evento fantastico che, per la prima volta, si è svolto nel tuo ristoro: la celebrazione di un matrimonio, con tanto di arrivo degli sposi e degli invitati a bordo della seggiovia. Deve essere stata un’esperienza indimenticabile per tutti, te compresa. Vuoi raccontarci quali sono stati i momenti che più ti hanno emozionata, in questa meravigliosa vicenda?

È stata una giornata bellissima e mi sono emozionata tantissimo. Premetto che al Ristoro Belvedere avevamo festeggiato dei matrimoni, ma di celebrazioni non ne avevamo mai fatte, quindi, come hai detto tu, era la prima volta e quando Nicola, il cuore di Dolomiti da Sogno, mi comunicò quel suo sogno, io mi sono emozionata già in quel momento.

Nicola e Laura li conobbi attraverso i social. Due ragazzi davvero deliziosi e aver contribuito e rendere magico il giorno più bello della loro vita, ha riempito il mio cuore di gioia.

Ricordando i momenti di quella giornata: quando ho visto entrare lo sposo, a cui voglio un mondo di bene, sono scoppiata in lacrime, tanta era l’emozione e l’amore che si percepiva nell’aria in quel momento.

Dopo quest’esperienza posso dirti che il Ristoro Belvedere è una location per matrimoni, ma non per tutti. Lo è solo per quelle persone che amano davvero la montagna e che riescono a far trasparire questo loro amore.

  • In una delle risposte precedenti hai citato il Covid-19, causa della pandemia che è da poco trascorsa. Voi come avete vissuto quel periodo?

Bè, è stato un periodo terribile che ha sconvolto tutti quanti noi.

All’inizio, come credo sia capitato a tutti, non si capiva bene cosa stesse succedendo, poi quando hanno improvvisamente interrotto qualsiasi cosa e a livello internazionale, allora abbiamo iniziato a comprendere la gravità della situazione.

Per quanto riguarda noi, è stato un doppio sconvolgimento: a marzo 2020 hanno chiuso tutto, quindi lockdown, poi arriva l’estate e finalmente c’è il via libera. Ma la cosa più sorprendente è che la gente inizia a scoprire, e a riscoprire, il senso di libertà che la montagna, rispetto al mare, riesce a regalare. Quindi si verifica un’esplosione turistica quasi ingestibile.

L’altra cosa bella, permettimi il termine, è stata che poi è arrivato l’autunno, e in questa stagione i rifugi chiudono. In quell’anno l’autunno decise di regalarci giornate di sole stupende e quindi, grazie all’aiuto dei social, la gente continuava a chiamarci per sapere se eravamo aperti.

Ti dico che, sempre rispettando le normative anti Covid che vigevano, abbiamo aperto dei week end autunnali e c’è stato letteralmente il boom di presenze. In tutta franchezza facevamo uno sforzo enorme a garantire il servizio “fuori stagione”, ma vedere la felicità delle persone disegnata in volto mi gratificava tantissimo.

  • Il Ristoro Belvedere è ricco di pregi: dalla posizione alla cucina eccellente, ma tra tutti quello che mi ha colpito, e che penso colpisca tutti coloro che vi arrivano, è il tuo instancabile sorriso verso tutti gli ospiti. La tua passione per questo lavoro si percepisce proprio da questo nobile aspetto: guardare negli occhi gli ospiti e instillare loro tutto il calore di un’accoglienza indimenticabile, è così? Ho avuto le percezioni giuste?

Sì, direi di sì, Enrico. Posso confermarlo perché ho visto quanto anche tu lo abbia percepito. In quel locale c’è tanto sentimento, tanto amore e tanta passione. A darmi tanta consapevolezza di tutto ciò e tanta soddisfazione è il fatto che, pur essendo un locale relativamente grande, si riesce ancora a mantenere un clima familiare a far emergere l’aspetto umano.

  • Sempre più giovani, ultimamente, scelgono di dedicarsi alla vita di montagna iniziando a gestire un rifugio o un ristorante in alta quota: un consiglio che ti senti di dare a loro?

Non è facile, sai?

Io qui ci sono nata e quindi, diciamo, che tutto questo amore per il territorio mi viene in modo naturale. Allo stesso tempo, però, mi rendo conto che, molta gente del posto che si trova qui dalla nascita come me, non vive il posto con la mia stessa gioia.

Alla luce di questo aspetto fondamentale, il mio consiglio potrebbe essere:

Chi progetta questo sogno meraviglioso, ma non privo di ostacoli, ancor prima di prendere la decisione definitiva mollando tutto, dovrebbe farsi qualche esperienza iniziale, o anche più di una, magari di due o tre anni in montagna.

Dico questo perché la montagna è bella quando c’è il bel tempo, quando ci stai da turista per una settimana o due, ed è bella finchè tutto va bene.

Poi però bisogna vedere anche i lati negativi, che esistono e sono tanti. Così come sono tanti i disagi che la montagna ti porta a vivere, e parlo di assenza di confort, difficoltà, carenze, senso di adattamento ad alcune condizioni che talvolta possono rivelarsi estreme.

Sono tutte condizioni che si verificano quando c’è un inverno molto nevoso, o quando si susseguono 3, 4 mesi di brutto tempo e non si ha la possibilità di fare attività alternative, come quando si è in città.

E poi infine, ma non per ultimo, bisogna avere il coraggio per vivere i propri sogni. Bisogna buttarsi, poi se va male, almeno non si avrà il rimpianto di non averci mai provato. Come diceva qualcuno: “Bisogna puntare alla luna, magari ci arrivi prima o poi. Se, invece, capita che non ci arrivi, rimarrai con il bellissimo ricordo di aver navigato tra le stelle”.

Michela, io ti ringrazio ancora tantissimo per questa meravigliosa chiacchierata. Più che un’intervista è stata, per me, un’esperienza in cui ho provato davvero emozioni potentissime. Ho percepito tutto l’amore che provi per questo posto stupendo, incastonato tra le vette Civetta e Pelmo.

Per adesso ti invio un grande abbraccio virtuale e spero che potremo rivederci molto presto.

Enrico

2 commenti su “IL MIO CUORE TRA I MONTI CIVETTA E PELMO: MICHELA TORRE CI RACCONTA IL SUO RISTORO BELVEDERE”

  1. Bellissima intervista e la Michela sempre esaustiva e preparata.
    Complimenti ad Enrico per la tua rubrica che con semplicità racconti le Dolomiti.
    Un caro abbraccio da Leonardo
    Dolomiti_passione

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