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CATTURO ISTANTI DI VITA SELVATICA TRA LE DOLOMITI. CLAUDIO GHIZZO E LA SUA PASSIONE: DOLOMITIWILDLIFE

Le Dolomiti, oltre a essere le montagne più belle del mondo, sono un patrimonio naturale di inestimabile valore. Tra i loro maestosi boschi e sulle loro alte vette, sono custodite tra le più affascinanti specie animali che madre natura ha creato.

Si tratta di creature preziosissime per l’ecosistema alpino. Componenti di una catena naturale tanto meravigliosa quanto delicata.

Riuscire ad ammirarli negli istanti in cui si muovono liberi è emozione pura. Lo sa bene Claudio Ghizzo, un giovane appassionato di fotografia naturalistica che vive in un piccolo paesino delle Dolomiti venete: Falcade.

Una passione molto nobile e affascinante, la fotografia naturalistica, ma densa di regole etiche e rigide da seguire nel rispetto della natura e delle sue meravigliose creature.

Di questo e di molto altro abbiamo parlato io e Claudio, che ebbi il piacere di conoscerlo per puro caso mentre un giorno scorrevo le foto di montagna più belle di Instagram. Il caso volle che mi imbattessi in lui: un bravissimo cacciatore di istanti che condivide con me una scelta lavorativa complessa.

  • Buongiorno Claudio. Intanto ti ringrazio tantissimo per aver accettato di rispondere alle mie domande. Prima di parlare della tua meravigliosa passione, vorrei presentarti ai nostri lettori e, soprattutto, svelare loro una bizzarra curiosità che io e te condividiamo: diamo sfogo alle nostre passioni creative, ma nella vita facciamo tutt’altro. Vuoi continuare tu?

    Ciao Enrico, grazie mille a te per quest’opportunità.

    Mi chiamo Claudio Ghizzo e vivo in montagna, a Falcade (BL).

    La montagna è un territorio a cui sono molto legato ma, soprattutto, è una dimensione a cui sono stato educato. Mi ritengo molto fortunato ad abitare in un piccolo angolo di paradiso, nonostante tutte complessità che ne conseguono.

    Nella vita svolgo il tuo stesso lavoro. Un lavoro che è una scelta di vita e che mi piace definire con la frase di un videogame: “agiamo nell’ombra per servire la luce” , siamo infermieri.

    Io opero nel campo dell’emergenza e tu nella delicata complessità dell’area pediatrica. E’ un lavoro impegnativo che, secondo me, richiede degli sfoghi creativi per permetterci di metabolizzare ciò che vediamo, e di trasformarlo in qualcosa di bello.

    Come il prisma che scompone la luce e la riflette in tante sfumature.

    • Che bella questa tua citazione. Oggi, però, mettiamo da parte il nostro prezioso e complesso lavoro per far conoscere questo tuo stupendo lato artistico, che è la fotografia. Quando ti sei avvicinato per la prima volta a questo mondo?

    Penso sia una cosa innata.

    Ricordo che, fin da piccolo, ero fortemente attratto dalle macchine fotografiche . Un tempo la Yashica a pellicola e con un solo obbiettivo (un 50 mm) e oggi una Nikon digitale, con la quale riesco a vivere una passione che mi ha dato tantissimo.

    • Un fotografo, per come lo vedo io, è un artista che vuole comunicare il suo stato le sue emozioni catturando istanti di vita quotidiana e condividendole con il pubblico. Qual è il messaggio che tu vuoi trasmettere con la fotografia naturalistica?

    Di messaggi da trasmettere ce ne sono tanti, io li riassumo in tre parole: conoscere, capire, meravigliarsi.

    Conoscere vuol dire esplorare il proprio territorio e tradurlo in immagini che raccontino una storia. E sono gli incontri che faccio durante le mie uscite.

    Capire vuol dire trasmettere con una foto il motivo per cui un animale o un ambiente si comporta e/o funziona in un certo modo. Se riesco a trasmettere questo pensiero magari, un domani, il cittadino comune si interroga una volta in più sul quesito: una nuova costruzione serve davvero o è meglio non farla perché distruggerei un habitat?

    L’ultima parola è meraviglia. Io quando fotografo torno un pò al bambino che ero e che vedeva tutto per la prima volta. E poi credo che, meraviglia, sia la parola esatta per definire tutte le sfaccettature della natura. Anche una scena che può sembrare violenta, in me suscita meraviglia. Come, per esempio, la capacità del gheppio di sfruttare le correnti ascensionali per ghermire la preda.

    • La fotografia è un mondo a sé, affascinante e ricco di dettagli. Come nasce, quindi, una tua fotografia e come nasce, di conseguenza, la scelta della strumentazione più idonea?

    Una mia fotografia nasce in seguito a: tanti fallimenti, giri a vuoto, confronti con chi condivide la mia la stessa passione, fatica e sudore.

    La strumentazione non è solo la reflex e un teleobiettivo. Quello è l’ultimo passaggio. Poi se di qualità, ovviamente, rende più facile il lavoro.

    La vera strumentazione, per un fotografo, è rappresentata i sensi: vista, udito, olfatto. Senza di essi non potrei capire quello che mi circonda e quindi realizzare le mie foto

    • Oggi i social ci inondano di foto e video grazie soprattutto all’uso dei smartphone. Credi che tale connubio abbia influenzato e/o rivoluzionato l’arte della fotografia?

    Assolutamente sì, il digitale ha semplificato tutto

    Basti pensare che, un tempo, una pellicola aveva al massimo 36 pose e inoltre, la pellicola, costava, per cui ogni scatto era ragionato.

    Oggi siamo all’esatto opposto: Fare mille foto è la normalità e aumentando il numero di scatti aumenta la probabilità di aver fatto quello buono.

    In realtà diventi un vero fotografo quando torni a fare le foto come se avessi una pellicola. Da questo punto di vista io devo fare ancora molta strada, ma sto imponendo a me stesso di scattare di meno e, soprattutto, di scattare foto secondo altri modi di vedere e pensare. Trovare prospettive diverse è essenziale per uscire dallo schema dei social media, dove ogni angolazione è uguale all’altra.

    Infatti, quante foto uguali vediamo ogni giorno? Questo stimola la noia e l’uniformità degli artisti invece che l’originalità. La fotografia, invece, dovrebbe essere un continuo sviluppo e ricerca di una prospettiva diversa.

    • E rimanendo per un attimo nella sfera social, oltre a curare una bellissima pagina Instagram, tu collabori anche in un podcast. Ce ne vuoi parlare?

    Certamente. Quest’estate Sebastiano mi ha dato la possibilità di collaborare con il podcast: Andata e Ritorno, storie di montagna.

    Un podcast pensato per raccontare le terre alte ma anche per conservare le memorie. Una sfida molto bella e stimolante. Forse perché le storie mi hanno sempre appassionato e forse perché in fondo mi piace anche raccontare. A proposito: ti ho detto che sto provando a scrivere un libro?

    • Davvero? No che non me l’avevi detto! E di cosa parla?

    Ovviamente di fotografia, montagna e pronto soccorso dal punto di vista di un infermiere.

    Si chiamerà: Jonas degli Stambecchi

    Ma che meraviglia! Ti faccio davvero un grande in bocca al lupo.

    • Come in tutte le forme d’arte, anche nella fotografia, credo ci siano delle regole o dei principi da rispettare. E’ così?

    Si esattamente, soprattutto nell’ambito wildlife dove il voler fare una foto può compromettere una nidiata e quindi il proseguo di una specie.

    E’ fondamentale muoversi in punta di piedi per cercare di non nuocere ma, allo stesso tempo, bisogna anche saper riconoscere quando è il momento di rinunciare alla foto. Bisogna capisce quando, il disturbo che si sta creando, può essere oltre il limite dell’animale selvatico che vogliamo riprendere.

    Ultimamente mi sono molto interrogato sull’etica della fotografia naturalistica, soprattutto vedendo la tendenza di qualcuno a voler collezionare figurine, piuttosto che raccontare un ambiente e un animale.

    • E ti è mai capitato di osservare dei comportamenti scorretti da parte di altri fotografi? Come ti sei comportato in quel caso?

    In passato ho avuto dei comportamenti scorretti dati dall’inesperienza. Soprattutto dal fatto di non aver avuto nessuno che mi abbia insegnato, e dalla smania di voler fare foto.

    Poi capisci che tutto questo è inutile, le foto fanno schifo e, soprattutto, realizzi che non è il modo giusto per fare questo tipo di fotografia.

    Mi è capitato raramente di vedere altri fotografi commettere questi errori, perché solitamente ci si muove fuori traccia e in solitaria. Quindi posso parlarti solo dei miei sbagli e di come ho cercato di non commetterli ancora, studiando e imparando come muovermi nell’ambiente.

    • C’è una foto, o più di una, alle quali sei particolarmente affezionato? E, invece, il luogo, scelto per delle foto, che ti ha suscitato maggiori emozioni?

    Ho tante foto a cui sono affezionato.

    Una è un panorama fatto a Mondeval, al Pelmo e alla Luna. Invece di fotografare vicino al lago delle Baste ho scelto un punto di vista diverso ottenendo una foto che dona pace a chi la guarda.

    Poi la foto di una pernice bianca fatta sulle mie montagne, dopo anni che la cercavo. Sembrano piccolezze ma trovare questa specie, cosi a rischio estinzione, per me è stata un’emozione e una felicità grandi.

    Ma in generale sono affezionato a tutte le mie foto. Sono attimi di felicità cristallizzati in un file.  Attimi che vivo in uno dei luoghi più belli e più antropizzati: le dolomiti. Nonostante ciò si riesce ancora a trovare angoli di paradiso incontaminati.

    • Quali consigli daresti a coloro che vorrebbero approcciare a questa affascinante e nobile arte?

    Costanza, umiltà, poca invidia e tanta voglia di conoscere.

    • Dove possono trovarti, sui social, i nostri lettori?

    Possono trovarmi su Instagram alla pagina Dolomitiwildlife e, se volessero leggermi, alla pagina blogspot: profumodigenepì

    Grazie mille, Claudio, per il tempo che hai voluto dedicarmi.

    E’ stata una piacevolissima chiacchierata. Ancora tanti in bocca al lupo per il tuo libro e, ci vediamo sulle nostre amate Dolomiti

    Enrico

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