
I libri sono fatti per essere letti, certo, e per essere vissuti aggiungerei io. Ma alcuni ti scavano letteralmente dentro.
Lo fanno con la stessa ostinazione con cui il vento di montagna leviga la roccia. La stanza delle mele di Matteo Righetto appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Ambientato nell’estate del 1954, sulle pendici del Col di Lana, questo romanzo ci trascina in una montagna lontanissima da quella che oggi siamo abituati a raccontare — luminosa, accogliente, quasi salvifica. Qui, invece, la montagna è dura, ruvida, a tratti ostile. È una terra che porta ancora addosso le ferite della guerra, e che le riversa, silenziosamente, su chi la abita.
UNA MONTAGNA CHE NON PERDONA

La forza più grande del romanzo sta proprio qui: nella rappresentazione di una montagna autentica, primordiale.
Non c’è spazio per l’estetica da cartolina. Non c’è turismo, non c’è romanticismo.
C’è la fame.
C’è la fatica.
C’è una comunità chiusa, regolata da leggi non scritte, intrisa di superstizione e credenze popolari.
È una montagna che non consola, ma forgia. E, a volte, spezza.
GIACOMO NEF, L’INFANZIA NEGATA
Al centro della storia troviamo Giacomo Nef, undici anni e un peso troppo grande sulle spalle. Orfano, cresciuto in un ambiente che dovrebbe proteggerlo ma che invece lo respinge.
Il rapporto con il nonno, Angelo Nef, è il cuore oscuro del romanzo.

Quel cognome — Nef, neve — richiama qualcosa di puro, di immacolato. Ma Angelo è l’esatto opposto: un uomo indurito dalla vita, incapace di amare, prigioniero di un sospetto che si trasforma in odio.
E Giacomo diventa il bersaglio di quella durezza, il capro espiatorio di un passato che non passa.
La “stanza delle mele” non è solo un luogo fisico.
È una prigione emotiva.
È il simbolo di un’infanzia negata, sospesa tra paura e immaginazione.
Ed è proprio lì dentro che il protagonista prova a salvarsi, rifugiandosi nei sogni: scalatori leggendari, eroi di carta, avventure impossibili.
IL MISTERO E IL CONFINE TRA REALTA’ E LEGGENDA
Poi arriva quella notte.
Il temporale.
Il bosco.
E quell’immagine che cambia tutto: un corpo appeso a un albero, illuminato per un istante da un lampo.
Da qui, il romanzo si apre a una dimensione ancora più profonda: quella del mistero.
Righetto intreccia magistralmente realtà e folklore, portandoci dentro un mondo dove il confine tra ciò che è reale e ciò che viene tramandato — sussurrato, temuto, creduto — diventa sempre più sottile.
Non è solo una storia da risolvere.
È una verità da affrontare.
LO STILE: UNA LAMA SOTTILE
La tua sensazione è proprio questa: lo stile di Righetto è affilato.
Non indulge mai. Non cerca di compiacere.
Ogni frase sembra pesata, calibrata, necessaria.
E quando colpisce, lo fa senza rumore — ma lascia il segno.
C’è una scrittura profondamente sensoriale, capace di farti sentire il freddo, l’umidità del legno, il peso del silenzio.
E soprattutto, capace di trasmettere emozioni senza mai dichiararle apertamente.
UNA RIFLESSIONE CHE VA OLTRE LA STORIA
Quello che resta, alla fine, è forse il messaggio più potente.
Le Dolomiti che oggi amiamo — e che raccontiamo con occhi pieni di meraviglia — sono le stesse che, nemmeno troppo tempo fa, erano teatro di miseria, dolore e sopravvivenza.
E chi le abita oggi, custodendole con una cura quasi viscerale, lo fa anche per questo:
perché conosce il prezzo che è stato pagato.
Forse è proprio qui che il romanzo colpisce più a fondo.
Nel ricordarci che la montagna non è solo bellezza. È memoria.
E che rispettarla non è un gesto poetico.
È un dovere.
La stanza delle mele è un romanzo duro, a tratti spietato, ma incredibilmente vero.
Una lettura che non cerca scorciatoie emotive, ma che chiede al lettore di restare, di ascoltare, di sentire.
E quando arrivi alla fine, hai la sensazione di aver attraversato qualcosa.
Non solo una storia.
Una montagna intera.
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