
Oggi voglio parlarvi di Jonas degli stambecchi, romanzo d’esordio di Claudio Ghizzo, un caro amico di Falcade, appassionato di fotografia wildlife e, soprattutto, di montagna vera.

Jonas è un infermiere, reduce da una storia importante.
Un uomo che si ritrova a rimettere insieme i pezzi della propria vita, tra i turni in pronto soccorso ad Agordo e le chiamate d’emergenza.
A cambiare tutto è un’eredità: un tabià lasciato dal nonno, in una frazione del Comune di Falcade, dove il tempo sembra scorrere in modo diverso.
È lì che Jonas ricomincia.
Tra lavoro e silenzi. Tra solitudine e libertà. E tra escursioni solitarie con la sua reflex, a inseguire la bellezza fragile delle Dolomiti.
Quello di Claudio è uno stile che mi ha colpito: semplice, sì, ma mai banale. C’è una ricerca attenta della parola, una scrittura essenziale, pulita, quasi contemplativa.
Eppure la storia scorre. Non si ferma mai davvero. Perché sotto la superficie c’è un lavoro continuo sull’interiorità dei personaggi.
Jonas è un montanaro autentico, ma lontano dall’idea ruvida che spesso associamo alla montagna. È morbido, flessibile, umano. Forse, in alcuni passaggi, lo avrei voluto un po’ più duro. Ma è una sfumatura personale.

Poi arriva Ingrid. E lo fa come un temporale estivo in quota.
Improvvisa. Spiazzante. Capace di scompigliare tutto. Ma anche, come ogni temporale, di ripulire l’aria e restituire colori più nitidi, più veri.
E poi c’è Tobias. Un personaggio che ho amato. Un anziano che vive in una baita in quota, legato al nonno di Jonas.
Una presenza silenziosa ma fondamentale, quasi una guida. Uno di quelli che non ti indicano la strada… ma ti insegnano a vederla.
E infine lei: la montagna.
Perché in questo romanzo non è uno sfondo. È un personaggio vivo.
Si sente, pagina dopo pagina, il rispetto profondo che Claudio ha per questi luoghi e per le creature che li abitano.
Gli incontri con gli stambecchi, con gli animali selvatici, non sono mai invasivi. Sono delicati. Misurati. Quasi in punta di piedi.
C’è un passaggio, in particolare, che resta dentro: la ricerca del “Patriarca”. Un esemplare stambecco maschio, maestoso e che porta con sè un’aura mitologica, simbolo di qualcosa che va oltre la semplice presenza animale.
È rispetto.
È memoria.
È montagna, nel senso più autentico.
E forse è proprio questo il punto. Ci sono storie che non potrebbero nascere altrove.
E questa… è una di quelle.
Enrico
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