
Non tutti, infatti, hanno la capacità di comprendere davvero la montagna. Per molti è solo roccia: blocchi turriti, pareti scabre, ammassi di pietre senza valore. Eppure basta alzare lo sguardo, lasciarsi sovrastare da quel “mare verticale” fatto di milioni di granelli di sabbia, per sentire nascere qualcosa.
Lo stupore.
E dallo stupore nascono le domande. E dalle domande, i misteri.
Chi abita lassù? Cosa si nasconde nei boschi, tra le rocce, dentro l’alba?
Corona ci accompagna proprio lì: nei luoghi invisibili agli occhi distratti. Ci invita ad ascoltare il vento, a giocare con l’eco, a seguire i ruscelli dove sembrano vivere ninfe dai capelli d’acqua. Ci conduce fino al grande abete bianco, dove – se ci fermiamo davvero – possiamo persino sentire il battito della montagna.
Perché sì: la montagna, in questo libro, è viva. Respira, osserva, percepisce.
UN CORONA DIVERSO

Chi conosce Mauro Corona potrebbe rimanere spiazzato.
Qui non c’è una storia nel senso classico del termine. Non c’è una trama lineare. Questo è un racconto intimo, sospeso tra autobiografia ed epistolare, in cui l’autore si mette a nudo.
Racconta la sua infanzia, vissuta in un tempo in cui bastava poco per sentirsi ricchi. Una ricchezza che per lui aveva un solo nome: la montagna.
Emergono figure familiari forti, soprattutto quella del nonno, custode di saperi antichi e profondi. È lui a conoscere davvero i misteri della montagna e a trasmetterli ai nipoti, come un’eredità invisibile.
E poi ci sono le ombre.
Come quella del fratello, scomparso a soli diciotto anni: una ferita che resta, silenziosa ma presente.
UNA MONTAGNA CHE SENTE

La montagna di Corona è un libro aperto, ma allo stesso tempo indecifrabile.
È una montagna che sa ridere e sa piangere. Che ha conosciuto la gioia, ma che a un certo punto ha iniziato a soffrire.
E qui il libro cambia tono.
Perché nel finale emerge con forza la voce più autentica di Mauro Corona: quella ribelle, ruvida, scomoda. Una voce che diventa denuncia contro una politica spesso assente, incapace di proteggere la montagna dagli scempi e dallo sfruttamento.
Un urlo che non cerca consenso, ma verità.
LA MIA ESPERIENZA DI LETTURA
Non è un libro facile. E credo sia giusto dirlo.
All’inizio ho faticato a entrarci. Lo stile è diverso da quello a cui Corona ci ha abituati, meno narrativo e più riflessivo, quasi frammentato.
Ma poi succede qualcosa.

Se ti lasci andare, inizi a percepire davvero il suo mondo: uno spirito selvaggio, irriverente, profondamente autentico.
E a quel punto il libro cambia. O forse sei tu che cambi modo di leggerlo.
La scrittura di Mauro Corona è poetica, essenziale, senza fronzoli.
È una lingua asciutta, diretta, che non cerca di abbellire la realtà ma di mostrarla per quello che è. Anche quando fa male.
Non è una lettura per tutti. Ma proprio per questo riesce ad arrivare così in profondità.
È un libro da ascoltare.
Richiede tempo, silenzio, e una certa predisposizione a lasciarsi attraversare dalle parole.
Ma se gli concedi questo spazio, saprà restituirti qualcosa di raro: uno sguardo nuovo sulla montagna. E forse, anche su te stesso.
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