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LA MONTAGNA AUTENTICA DEL RIFUGIO BUFFAURE, RACCONTATA DAL SUO GIOVANE GESTORE: MATTIA RASOM

Ci sono persone che non hanno semplicemente scelto la montagna: ci sono nate dentro. Mattia Rasom è una di queste. A 36 anni, il giovane gestore del Rifugio Buffaure custodisce un legame autentico con le Dolomiti e con quella vita d’alta quota fatta di sacrifici, sorrisi sinceri e attenzione verso ogni persona che varca la soglia del rifugio.

Solare, creativo e sempre disponibile, Mattia rappresenta perfettamente quella nuova generazione di rifugisti capaci di unire tradizione e innovazione senza perdere l’anima genuina della montagna. In questa intervista ci racconta il suo rapporto con il Buffaure, la quotidianità tra le vette della Val di Fassa e cosa significhi, oggi, vivere davvero la montagna ogni giorno dell’anno.

  • Buongiorno Mattia, ti ringrazio molto per aver accettato il mio invito. Sono felicissimo di poter parlare della tua storia e di quello che è il tuo lavoro tra le montagne più belle del mondo. Ma prima di entrare nei dettagli: ti va di raccontarci qualcosa di te?

Ciao Enrico! Grazie a te per quest’opportunità.

Inizio col dirti che da quando avevo circa dieci anni, la montagna è la mia vita. Oggi ne ho trentasei e gestisco questo bellissimo rifugio. È qui che sono cresciuto, lavorando ma anche giocando, imparando giorno dopo giorno cosa significhi davvero vivere l’alta quota.

Il Rifugio Buffaure per me non è soltanto una casa: è qualcosa di ancora più profondo. A volte dico che è quasi come una mamma, perché mi ha cresciuto, mi ha insegnato il sacrificio, il rispetto e l’amore per la montagna.

  • Oggi ti trovi a portare avanti quello che è il rifugio di famiglia, se così possiamo dire, ovvero il rifugio Buffaure. Una struttura affascinante avvolta dalla bellezza di cime maestose come: il Catinaccio, il Latemar e il gruppo dei Monzoni. Quando nasce il Rifugio Buffaure?

La prima stagione del Rifugio Buffaure risale al 1974, grazie al lavoro e al coraggio dei miei nonni, Gino e Rita, che avevano sette figli. Purtroppo, nel 1976, mio nonno perse la vita travolto da una slavina. Mia nonna li stava osservando con il binocolo dal rifugio mentre risalivano la montagna di fronte, quando quella valanga li travolse sotto il suo sguardo incredulo e disperato.

Da quel momento si ritrovò sola a gestire il rifugio e a crescere sette figli. È una storia dolorosa, ma anche di incredibile forza e attaccamento alla montagna.

  • Un rifugio che, quindi, è di famiglia fin dal 1975, quando tuo nonno decise di costruirlo. Come hai maturato, e vissuto, la decisione di vivere gran parte dell’anno a quota 2000 metri gestendo un rifugio alpino?

Ho sempre vissuto il rifugio fin da bambino, quindi per me è stato un passaggio naturale. Non c’è mai stato un momento preciso in cui ho deciso di fare questa vita: semplicemente, è sempre stata parte di me. Crescere qui ti insegna ad amare la montagna in modo autentico, con tutti i sacrifici ma anche con tutta la bellezza che sa regalare.

  • Oggi da chi è composta la squadra di gestione del Rifugio Buffaure?

Oggi la gestione del rifugio è soprattutto una questione di famiglia. La cucina, ad esempio, è seguita direttamente da me e da mia madre Paola. Attorno a noi c’è poi una squadra affiatata di collaboratori che contribuisce ogni giorno a portare avanti questa realtà con passione e spirito di sacrificio.

Il gestore di un rifugio ha tante responsabilità e tanti compiti da portare avanti. Tra tutti io credo che, tra i più delicati e difficili, ci sia quello di mantenere lo spirito di squadra tra i collaboratori che stanno con lui per tanto tempo. Credi che sia corretta la mia visione?

Assolutamente sì. Credo che mantenere unito il gruppo sia uno degli aspetti più importanti e delicati di questo lavoro.

Qui si vive e si lavora insieme per mesi, condividendo ritmi intensi e tanti momenti della quotidianità. Per questo considero tutti i collaboratori parte della famiglia: è fondamentale creare un’atmosfera autentica, perché le persone la percepiscono e si sentono davvero a casa.

  • Quali caratteristiche vengono ricercate in coloro che si candidano per lavorare una stagione in rifugio?

Fortunatamente, da diversi anni possiamo contare su una squadra che torna stagione dopo stagione, e questo per noi è molto importante. Quando invece le persone cambiano continuamente diventa tutto più difficile, perché in rifugio non basta solo saper lavorare: serve spirito di adattamento, voglia di collaborare e capacità di vivere in squadra in un ambiente particolare come quello della montagna.

  • Oggi viviamo in un’epoca in cui il turismo di montagna ha subito una vera e propria esplosione, rispetto a dieci – vent’anni fa. Credi che questa trasformazione abbia modificato la fruizione del rifugio da parte dei clienti?

Fino a dieci o quindici anni fa in montagna arrivavano soprattutto escursionisti esperti o comunque persone abituate a frequentarla. Oggi invece arriva davvero di tutto. Da un lato, per chi lavora nel turismo, questo rappresenta inevitabilmente un vantaggio economico; dall’altro però la situazione è diventata spesso difficile da gestire.

Sempre più persone affrontano sentieri e percorsi senza la minima preparazione, magari salendo quassù con sandali o addirittura con le ciabatte, senza conoscere davvero la montagna. Ed è questo l’aspetto più preoccupante.

  • Cosa rappresenta per te la montagna?

La montagna per me è pace. Anche soltanto guardarla da casa riesce a trasmettermi sicurezza e serenità interiore. Però è importante ricordare che va rispettata e interpretata nel modo giusto, perché la montagna sa essere meravigliosa ma anche severa con chi la affronta con superficialità.

  • Con la presenza costante e quasi prepotente dei social, oggi, è possibile ammirare la bellezza senza confini della montagna. Tuttavia, tale contesto, restituisce solo il lato “leggero” della montagna causando, talvolta, scelte avventate e dettate da superficialità. Cosa consiglieresti a un giovane che si appresta, per la primissima, volta a scegliere la vita di montagna?

I social oggi sono uno strumento potentissimo: permettono di far conoscere a tantissime persone la bellezza infinita delle Dolomiti e della montagna in generale. Il problema nasce quando vengono presi come una guida assoluta. La montagna non è un luna park e anche una semplice passeggiata può diventare complicata in caso di maltempo improvviso, figuriamoci un’escursione impegnativa o una via ferrata.

Mi è capitato personalmente di aiutare due ragazzi durante la via ferrata dei Magnifici 4: erano rimasti appesi dopo una caduta e non riuscivano più a proseguire. Li ho aiutati a rimettersi sul percorso e accompagnati fino alla fine. Una volta arrivati in cima mi dissero che era la loro prima via ferrata. In quel momento ho capito quanto oggi venga sottovalutata la montagna.

Un’esperienza del genere, la prima volta, andrebbe affrontata con una guida alpina. Bisogna avvicinarsi gradualmente alla montagna, imparare a conoscerla e a rispettarla davvero.

  • Sogni e progetti per il futuro?

Per il futuro abbiamo in programma un progetto molto importante: vorremmo realizzare un grande intervento di ristrutturazione e ampliamento del rifugio. È un sogno che portiamo avanti con entusiasmo, con l’obiettivo di migliorare ulteriormente la struttura senza perdere l’anima autentica che il Rifugio Buffaure ha sempre avuto.

Grazie ancora Mattia per aver condiviso con me la tua storia e quella del rifugio Buffaure. Ho ho avuto l’onore di scoprire la storia di una famiglia che da oltre cinquant’anni custodisce valori, ricordi e tradizioni che continuano a vivere ogni giorno tra queste vette.

In un’epoca in cui tutto corre veloce, ascoltare racconti come il tuo ci ricorda quanto sia importante rallentare, osservare e imparare davvero cosa significhi vivere la montagna con consapevolezza.

Enrico


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